“Arcano napoletano” di Anita Curci parla all’universale caotico dell’uomo mondo. Parla di portare luce, attraverso l’amore, tra le ombre di un fievolissimo squarcio nel velo di Maya

 



Di Marzia Siano

Esistono libri che giungono a te per cambiarti la vita. Esistono libri che, come per magia, pare ritrovarsi fra le mani proprio nel momento in cui si aveva bisogno di leggerli. Non è un caso, come non lo è mai, che il libro di Anita Curci, Arcano Napoletano, parli di “magia”. E che sia giunto a me proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno. “Che tipo di momento?” è la domanda che sorge subito dopo. Lo squarcio nel velo di Maya. Una fessura di luce che abbaglia fino a diventare scura, come oscura è la paura di accogliere il cambiamento. Oltrepassare quel confine di già visto, già sentito, già detto. Arcano Napoletano, edito da Gialli Crime Publishing, non è nulla di già detto. Possiamo anzi parlare di un non-detto, un immenso implicito che si districa sotto forma di metafora di cui la Curci si serve, non solo per romanzare, ma anche e soprattutto per guidare il lettore in un viaggio all’interno della sua cosciente moralità. Ecco che Arcano Napoletano, pubblicato nell’aprile 2024, così saporito da digerire, diventa invece un romanzo complesso nella sua interezza, difficile più che da capire, da fronteggiare. Ma l’autrice, oltre a trovare un’interfaccia narrativa alla sua linea guida per una corretta transizione spirituale, pensa proprio a tutto. Pensa anche ad accompagnare il lettore servendosi del più stravagante dei protagonisti: Teo Zachar. Lo Zachar maschio e sensibile, perché di Zachar ce n’è una dinastia, vive egli stesso un periodo di trasformazione interiore con cui il lettore è portato ad empatizzare al punto da sentirsi ingarbugliato in faccende che non gli appartengono. O forse gli appartengono. E gli appartengono fintanto che non ritrova stravolta la sua stessa esistenza senza minima crisi esistenziale. In merito, io mi sento di ringraziarla la nostra scrittrice: mi sento di ringraziarla per ciò che, scegliendo una narrazione semplice e digeribile, è riuscita a trasmettermi in termini di consapevolezze e modi di agire. Ecco che l’Arcano compie la sua magia di libro sul lettore. Ecco che il velo di Maya squarcia anche i confini tra il vivere e il fingere. Ecco che la storia s’insinua nella vita di chi legge come un sogno da cui ancora non ci si riesce a svegliare, o forse non è un sogno. Ed è proprio il sogno una delle chiavi da intercettare in questa enorme metafora che pervade quello che ormai non mi sento neanche più di chiamare romanzo, quanto piuttosto Testamento. Un Codice che la Curci lascia in eredità al lettore, quasi a svelargli le riflessioni di una vita. Come un libro ingiallito ritrovato in un baule della soffitta, proprietà della bisnonna misteriosa. È, in effetti, pensandoci, anche un tuffo nel passato che Arcano Napoletano porge al lettore ponendolo ad un bivio fra due storie parallele, ricongiunte poi allo stesso punto di partenza: un restauratore in balia di un quadro raffigurante una dama e un diario narrante, al contempo, la vita di una giovane. Ma il passato in questo Arcano non incombe a peso morto sul lettore, bensì si districa attivamente per scioglierne i nodi di cui ognuno ne porta lo Spettro, così come la Chiave che deve sbloccare la serratura interiore. È una speranza d’avvenire che salta all’indietro nel già fatto per accogliere il non-scritto, non ancora, con un cambio di prospettiva. Lo stesso tempo, lo stesso “tempo è un punto”, per citare la Curci, nelle parole della misteriosa Anoush. Un gaio farcela che parte dal piccolo per diventare grande: dalla fiducia in sé stessi fino a quella riposta nelle forze dell’Universo. L’Arcano, in merito, parla a tutti. L’Arcano parla all’universale caotico dell’uomo mondo. Parla di portare luce, attraverso l’amore, tra le ombre di un fievolissimo squarcio nel velo di Maya. Verso verità da chiarire e schiarire. E se l’amore ormai è un concetto banale, di certo non può esserlo l’odio, la larva nocturnalis, che adombra il nostro vivere, “che si nutre della vitalità dell’uomo per portarlo alla follia”. Perché è solo “quando riconoscerai te stesso nell’uomo che ti sta di fronte che avrai trovato” l’innesco per contrastare il male innecessario che attanaglia l’epoca che ruota ora in questo giro. Sotto forma di qualsiasi Arcano venga presentato, è l’amore il messaggio concreto che porta questo lungo racconto al realismo crudo del nostro tempo. Un Arcano di quanto più concreto e complesso possa attuarsi ad oggi, che allontana l’opera dalla falsariga della magia spicciola. Ma come, in postfazione, scrive l’antropologa Alexandra Rendhell: “i messaggi li devi saper leggere anche tra le pagine di un romanzo, solo apparentemente fantastico, dove le domande, i dubbi e le vicende del protagonista possono diventare le domande, i dubbi e le vicende di chiunque legga, di chiunque abbia saputo, prima, accendere e, poi, mantenere viva quella fiammella di consapevolezza da cui far scaturire quella vivida fiamma salvifica utile al compimento della fase finale della realizzazione alchemico-filosofale”.

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