Un giovane sognatore, un fervido sostenitore di ideali nobili e una vita stroncata precocemente, al centro del nuovo saggio di Giovanni Capurso “Prodigiosa giovinezza - Biografia politica di Piero Gobetti”, Progedit editore. Il ricordo a cento anni dalla morte

 


di Carmine Parolisi

Un giovane sognatore, un fervido sostenitore di ideali nobili e una vita stroncata precocemente a soli 24 anni. Oggi si avverte la necessità di richiamare all’attenzione di tutti la breve esistenza di Piero Gobetti al netto del suo carattere esemplare, dell’eredità culturale che ci ha lasciato e dell’impronta etico-politica ben evidente in ogni sua azione.

L’autore Giovanni Capurso, in questo libro pubblicato da Progedit editore, Prodigiosa giovinezza - Biografia politica di Piero Gobetti, analizza con cura le iniziative promosse da una figura chiave dell’antifascismo italiano e individua qualità attinenti al prodigio, caratteristiche che lo fanno spiccare soprattutto se consideriamo le sue umili origini contadine e una formazione completamente autonoma, scevra da ogni tipo di servilismo.

Il libro di Capurso riesce a fondere la sfera pubblica con quella privata, ci consente di entrare nelle dinamiche sociopolitiche degli anni Venti e Trenta ma ci svela anche, sin dalle prime pagine, un Gobetti inedito che rivela i suoi pensieri e le sue fragilità di uomo nelle missive indirizzate alla compagna Ada Prospero, amica di liceo che diventerà sua moglie. Un ragazzo dai capelli riccioluti con una corporatura esile, due vividi occhi chiari, un sorriso delicato e una profondità d’animo rara: così ci viene descritta la sua figura nei Frammenti autobiografici, affiancata all’immagine di un giovane studioso appassionato che, grazie ad una profonda dedizione, otterrà nel 1922 la laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti, discutendo una tesi sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri. L’amore smisurato verso la cultura e la filosofia diviene allora il fulcro della sua conoscenza, gettando così le basi per un’identità forte di grande valore.

Le radici del suo spirito critico sono connesse a un senso precoce di riflessione: tutte le osservazioni maturate nei riguardi dell’Italia giolittiana e post-bellica forgiano un modo di pensare che all’epoca trovò nella rivista il miglior mezzo di espressione e soprattutto di dissenso, riunendo attorno a sé non politici di professione ma intellettuali, pensatori liberi e filosofi ispirati come lui da un desiderio di rinnovamento culturale che risollevasse le condizioni di un paese prossimo al declino con l’avvento dei sistemi totalitari.

Energie Nove è il nome della prima rivista, Gobetti ha solo 17 anni, studia al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino e sente di avere in mano una responsabilità: il suo intento è preciso e diretto, mira a fondare un cenacolo di giovani disposti a mettersi in gioco, a condividere idee, ad affrontare delle sfide e a porsi degli obiettivi. Rigenerare una nuova cultura a partire dall’educazione, prendere atto del proprio ruolo di cittadini e ribellarsi al qualunquismo: sono queste le proposte dell’intellettuale torinese nei confronti di un paese intorpidito dall’indifferenza e dalla pigrizia culturale.

La Rivoluzione liberale è un settimanale che rafforza la sua posizione e gli conferisce il ruolo di un intellettuale radicale che non si ferma ad osservare ma agisce attraverso la parola, la stessa che lo ha portato a definire il fascismo come “autobiografia della nazione”, una naturale conseguenza delle carenze e delle debolezze dello Stato liberale italiano. Era necessario sollevare l’attenzione sul senso di responsabilità individuale di ogni cittadino per ottenere una trasformazione concreta e per tracciare una nuova linea dei rapporti che imboccasse la via dell’autonomia in sostituzione dell’autoritarismo crescente. Tuttavia, le sue aspirazioni non si traducono mai in un programma di teoria politica e Capurso ci tiene a rimarcare questo aspetto mettendo in evidenza la sua libertà di pensiero svincolata da altri orientamenti quali il socialismo, sebbene sia stato protagonista di polemiche e dibattiti relativi alla sua ideologia. Gobetti guarda con ammirazione i consigli di fabbrica, ascolta le richieste degli strati bassi del proletariato e mira unicamente alla conquista di una parità e di un equilibrio contro l’asservimento. Pertanto, la sua proposta di rinnovamento si rivolgeva a tutti indistintamente, prendendo le distanze non solo da qualsiasi schieramento o partito politico, ma anche da ogni possibile moto di rivolta. A tal proposito, Capurso riporta un estratto eloquente che ci fa inquadrare meglio lo scopo delle riviste gobettiane:

“Il fine nostro più chiaro è di inserirci nella vita politica del nostro Paese, di migliorarvi i costumi e le idee, intendendone i segreti: ma non pensiamo di raggiungerlo con un’opera di pedagogisti e predicatori; la nostra capacità di educare si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi avremo educato gli altri. Abbiamo più fiducia negli uomini che nella cultura, per cui discutendo di idee la nostra riserva costante, se non dichiarata, è nella nostra convinzione di fare per questa via delle esperienze senza compromettere il futuro” (La Rivoluzione Liberale).

Gobetti osserva la Torino proletaria di quegli anni, si muove con estrema attenzione nella società e individua gli aspetti più critici nelle incongruenze della classe dirigente. Non perde altro tempo, trae le sue conclusioni attraverso dichiarazioni incendiarie, osservazioni tese a mostrare a tutti nient’altro che la verità. Naturalmente, il potere fascista interviene nell’immediato con censure e vessazioni volte a ostacolare la libertà di un intellettuale scomodo, costringendolo dunque ad espatriare in Francia, dove morirà esule il 15 febbraio 1926 in seguito ai pestaggi delle squadracce che aggravarono ulteriormente la sua debole condizione fisica.

Il ritratto realizzato da Capurso si serve della varietà per farci addentrare sia in una pagina di Storia che ci riguarda da vicino, come per esempio il Biennio rosso, il delitto Matteotti o la Questione Meridionale, sia nel talento multiforme di Gobetti che ha trovato piena realizzazione nell’attività di giornalista, scrittore, editore, critico, saggista e traduttore. Non è stato soltanto un punto di riferimento imprescindibile della storia politica italiana ma anche un promotore onnisciente della cultura: scopre la poesia di Eugenio Montale e pubblica con la sua casa editrice omonima la celebre raccolta Ossi di Seppia, legge Pirandello e i grandi romanzieri del Novecento, traduce gli illustri scrittori russi come Dostoevskij, si rende dunque portavoce di una copiosa tradizione letteraria.

Ricordarlo a cent’anni dalla sua morte ha tante ragioni di eguale importanza. In primo luogo, è un uomo coraggioso che ha intuito il grande potenziale del legame inscindibile tra cultura e politica: credere nella scrittura come mezzo di emancipazione significa soprattutto trasmettere una certa visione del mondo e tramandare dei valori che permangono fissi e immutabili nel tempo. Gobetti ha intravisto nella letteratura la chiave fondamentale per aprire le menti, per ampliare gli orizzonti culturali e per coltivare un senso civico di nazione. Inoltre, non ha mai mostrato disprezzo per il suo Paese analizzando ogni evento con uno sguardo lucido e obiettivo: la visione critica dei fatti rappresenta l’emblema del suo lascito culturale, una modalità di agire che gli ha permesso di sviscerare questioni storiche di primaria importanza a partire dal lungo periodo del Risorgimento, mettendone in rilievo tutte le criticità e le contraddizioni. Pertanto, il racconto della prodigiosa e coraggiosa giovinezza di Gobetti ci riporta al rifiuto delle convenzioni in difesa della libertà espressiva. Educare prima se stessi e poi gli altri: un messaggio attuale che dialoga profondamente con la crisi culturale del nostro presente, ricordandoci che la cultura è un atto politico di natura in grado di proteggere la dignità umana, che ogni uomo ha il diritto di dissentire e che si può raggiungere una forma di libertà soltanto attraverso le parole.

 

® Riproduzione Riservata




Commenti