“La casa delle bambole rotte” di Emanuele Faconti. Un noir che ci fa riflettere sulla nostra natura in apparenza integra, per poi scoprire che siamo sempre in lotta contro qualcosa molto più grande di noi

 


Di Carmine Parolisi

Ci sono incontri nella vita che ci fanno capire di più su noi stessi, ci capita di conoscere persone che rivelano parti nascoste della nostra identità e con le quali si avverte l’esigenza di liberarsi da zavorre che ci portiamo dietro da troppo tempo: è quello che capita a Vera Morelli e Amedeo Barale nell’ultimo libro di Emanuele Faconti, edito da Homo Scrivens, dal titolo La casa delle bambole rotte. L’autore riesce a imbastire una narrazione multiforme, i toni cupi e amari si alternano a quelli vivaci, il tessuto della commedia si unisce magistralmente a quello del giallo investigativo.
Non appena entriamo nel vivo della storia ci accorgiamo che il mistero preannunciato dal principio avvolge non soltanto la storia di un professore di Filosofia, dal carattere riflessivo e meditativo, ma anche quella dell’ispettore capo Vera Morelli, una donna che per troppo tempo è rimasta in silenzio e ha messo da parte le sue ferite, occupandosi esclusivamente delle storie degli altri. I silenzi sanno essere dolorosi, le parole sanno invece guarire se usate nel modo giusto e se rivolte alla persona che in quel momento ha bisogno di comprensione e ascolto. Non basta un semplice gesto, sottovalutiamo il potere di una parola vera, sentita, proveniente dalle corde di un cuore che, se non patisce le medesime pene di un altro essere umano, riesce quantomeno ad assumere la prospettiva dell’altro per decifrarne i moti interiori più invisibili.
Il libro di Faconti sceglie come filo portante del racconto una rottura di cui non si riesce a far parola con nessuno, eppure giace sotto la superficie epidermica di una pelle sottile. Ognuno di noi si può rispecchiare nell’immagine di una bambola rotta: sembriamo in apparenza perfetti e integri ma siamo sempre in lotta contro qualcosa molto più grande di noi. Confidiamo nel tempo, nutriamo la speranza che le rotture si possano risanare da sole ma non è detto che accada. Forse sarebbe più semplice essere aiutati, non limitarsi a fare affidamento sulle proprie forze ma lasciare che la nostra mano incontri quella di un’anima simile alla nostra.
Amedeo e Vera incarnano due archetipi umani di natura differente, il cui incontro si conferma strettamente necessario, utile per l’arricchimento di entrambi. L’idea che arriva al lettore è quella di due mondi diversi che imparano a conoscersi con cautela, mediante le numerose vicende oscure e al contempo bizzarre, ricche di colpi di scena, e le scelte determinanti che sono chiamati a compiere.
Il raggio della narrazione si sposta di volta in volta su personaggi che annaspano e che sono al centro di vite instabili, a riprova dell’attenzione dell’autore verso le fasce sociali più precarie e carenti. In questo libro la fragilità risiede alla base dei fatti più salienti, viene analizzata nelle sue molteplici manifestazioni rappresentando così l’oggetto d’indagine prediletto. La Versilia illustrata da Faconti si distacca dal grande fervore di una regione lussureggiante, con lo scopo di mettere a fuoco la resistenza dei quartieri periferici, i cui disagi colpiscono i nostri sentimenti nell’immediato, ricordandoci che la vita può mostrarsi estremamente crudele e ingiusta, più di quello che possiamo immaginare. Il risultato è un universo emotivo di grande spessore, in cui occorre interrogarsi sul senso d’incompletezza provato dall’uomo e sull’importanza della solidarietà, una virtù sempre più eclissata dall’indifferenza.
 
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