“Il braccio inconcludente della legge”, edito da Homo Scrivens. Parla Lello Marangio, autore del mitico commissario Fabozzi
di Virgilia
Curci
Il
commissario Fabozzi è tornato, e con lui il caos più totale. Dopo due anni di
stop forzato, il poliziotto più “basic” e inconcludente della letteratura
gialla italiana riprende servizio in Il braccio inconcludente della legge,
pronto a sfasciare scene del crimine con rinnovata energia e la consueta,
esilarante scelleratezza. In questa intervista, l'autore e sceneggiatore Lello
Marangio ci svela i segreti dietro la nascita dei pasticci comici del suo
protagonista, il confine tra la tecnica della scrittura umoristica e la
predisposizione personale, e il sogno di vedere presto le catastrofiche
avventure slapstick di Fabozzi sul grande o piccolo schermo.
Marangio,
il libro si apre con la notizia bomba: Fabozzi scopre per miracolo che il
figlio in arrivo non è suo. Visto il sollievo immediato e l’energia devastante
con cui torna in azione, possiamo dire che per Fabozzi la paura di diventare
padre sia l’unica cosa al mondo in grado di spaventarlo più di un vero serial
killer?
Non proprio o
non del tutto. Caratterialmente Fabozzi tende sempre a declinare le proprie
responsabilità e, leggendo i libri a lui dedicati, che ormai sono 3, si evince
che quando combina uno dei suoi pasticci spesso la colpa la dà alla sfortuna,
al fato che lavora contro di lui.
L’arrivo di
un figlio che non ha cercato è una responsabilità enorme alla quale però lui sa
di dover dare una risposta, ma alla quale è completamente impreparato. Per
questo si spaventa certo, si spaventa assai, e quanto più si spaventa quando ha
la notizia, più tira un sospiro di sollievo quando scopre che, senza alcun
dubbio, il figlio non è suo.
Fabozzi
rientra in azione dopo due anni di fermo non volontario. Questo riposo forzato
ha migliorato le sue doti investigative o ha semplicemente accumulato più
energia per far sfasciare le scene del crimine in modi ancora più creativi?
La seconda
che hai detto. Il commissario Fabozzi non potrebbe mai migliorare le sue doti
investigative semplicemente perché non ne ha. Come poliziotto è basic
come quelle auto di cui uno compra il modello base, senza accessori e senza
optional. Nei due anni di fermo ha sicuramente accumulato energia, voglia di
fare, desiderio di rientrare nel gioco… poi, se appena ha modo di rientrare in
scena, quella scena la sfascia anche con una quantità maggiore di energia
accumulata nel tempo, è totalmente insito nel suo personaggio. È stato
inventato per quello, una “rottura” rispetto ai tantissimi commissari assai più
blasonati di lui.
Nel
libro ci sono ben cinque casi intricati. Quando pianifica la trama di un
giallo, scrive prima il crimine e poi cerca il modo più assurdo in cui Fabozzi
possa risolverlo per puro caso oppure parte direttamente dal pasticcio comico?
Parto
sicuramente dal pasticcio comico, dall’equivoco, dalla gag nella quale inserire
il personaggio. Poi vado a ritroso tentando in ogni modo di rendere plausibile
e logico nella sua illogicità il pasticcio che ho pensato. Fabozzi quello è, un
inconsapevole pasticcione che si muove in un mondo dove i pasticcioni come lui
non dovrebbero esserci.
Lei
ha spesso raccontato che il suo sguardo ironico sulle cose è nato in modo
istintivo fin da ragazzo. Quando scrive le storie disastrose del commissario
Fabozzi, quanto mette del suo reale carattere e della sua filosofia di vita in
questa comicità travolgente? Ritiene che la scrittura comica sia una tecnica
che si può imparare o è prima di tutto un tratto della personalità?
In altri miei
libri entrano in campo tante componenti di me stesso. Per esempio Al mio
segnale scatenate l’infermo è in pratica una mia autobiografia, ci sono
dentro totalmente, ho raccontato spezzoni della mia esistenza da persona con
disabilità rendendoli quanto più comici possibili. La stessa cosa è successa
con Per favore non toccatemi i disabili, un romanzo nel quale il
protagonista è sicuramente il mio alter ego, sono io, la mia maniera di vedere
le cose, la mia chiamiamola anche filosofia di vita.
In Fabozzi
no, non c’è nulla di me, del mio carattere e del mio modo di pensare, è tutta
comicità, mestiere, e quanto più riesco a metterne più sono contento.
La scrittura
comica si può anche assimilare nel tempo, ma per farlo bisogna esserci portato,
avere una predisposizione di base senza la quale non ci si riesce appieno.
Bisogna vere una mente comica e allenarla continuamente.
Avendo
una forte esperienza nella scrittura per il cinema e la TV, come ha strutturato
le scene di massima distruzione di Fabozzi? Le ha scritte pensando visivamente
a una sequenza di slapstick comedy o si affida totalmente al potere della
parola e del dialogo?
Tutte le
circostanze nelle quali io pongo Fabozzi sono immaginate e scritte come una
vera e propria sceneggiatura. Immagino le scene e le vedo davanti agli occhi.
In questo libro ho scritto un surrealissimo e indolore “attentato” al Papa a
colpi di scarpone e, mentre lo scrivevo, quasi lo vedevo come in una dash
cam.
Sicuramente
in una eventuale e auspicabile serie televisiva di Fabozzi le sequenze di
slapstick comedy sarebbero essenziali. Incendi, esplosioni, persone che cadono
dal nono piano e auto guidate da Fabozzi che volano in mare farebbero da
immancabile e divertentissima cornice.
E
sinceramente vedere il volto affumicato di Fabozzi mentre esce vivo e
barcollante da una esplosione da lui provocata per me sarebbe un sogno
realizzato.
®
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