Rosario Morisieri con il suo romanzo d'esordio: "La donna del pullman", Giuseppe de Nicola Editore, un’opera che affonda le radici nella Napoli del 1995
di Virgilia Curci
Cosa succede quando un fotografo abituato a catturare l’istante decide di raccontare il prima e il dopo di uno scatto? Rosario S. Morisieri fa il salto dalla macchina fotografica alla penna con il suo romanzo d’esordio, La donna del pullman, Giuseppe de Nicola Editore, un’opera che affonda le radici nella Napoli del 1995, tra i ritmi lenti del pendolarismo e le ombre della ricostruzione post-terremoto. Al centro della storia c’è un misterioso manoscritto che stravolge la vita di Margherita, una lettrice editoriale, costringendola a indagare su storie di corruzione e edilizia speculativa. In questa intervista, l’autore ci svela come un rito reale, un caffè condiviso ogni mattina per oltre dieci anni si sia trasformato in un’avventura letteraria. Morisieri ci accompagna alla scoperta dei suoi protagonisti, Margherita e Diego, due anime complementari che fondono la forza delle parole e il potere delle immagini per decifrare i segreti di una Napoli complessa e affascinante.
Morisieri, sulla copertina del libro vediamo la
protagonista al bar con tre libri sul tavolino. Hanno un significato preciso
con quello che sta per succedere nel corso della storia o sono un semplice
elemento di scena?
Sono elementi di scena, ma non messi lì per caso. Margherita è una lettrice editoriale, e chi fa questo mestiere non esce mai di casa senza un libro: per lavoro, certo, ma soprattutto per passione. Quei tre volumi raccontano chi è prima ancora che apra bocca. E in una storia in cui tutto comincia da un manoscritto, i libri non sono mai soltanto oggetti.
Lei ha fatto dello sguardo il suo mestiere.
Eppure, a un certo punto ha sentito il bisogno di mettere da parte la macchina
fotografica per scrivere un romanzo. Cosa l’ha ispirata a fare questo salto? L’immagine
non bastava più per raccontare quello che vedeva?
Non
ho messo da parte la macchina fotografica: ho cambiato strumento per raccontare
la stessa cosa. Da trent’anni faccio il fotografo di cerimonia nel mio negozio
al centro storico di Napoli, e il mio mestiere è osservare. Ma una fotografia
ferma un istante, mentre io volevo raccontare quello che succede prima e dopo
lo scatto.
Il
libro nasce da un rito vero. Nella vita parallela del romanzo ci sono
Margherita e Diego; nella realtà ci sono Alessandra, editor in una casa
editrice napoletana, e io. Ogni mattina, come racconto anche in un interludio
del libro, Alessandra prende il pullman dalla provincia di Caserta per venire a
lavorare a Napoli, e prima di entrare in ufficio ci sono io ad aspettarla per
il caffè. Lo facciamo da più di dieci anni.
Ho sempre voluto romanzare quell’incontro. E mi ha sempre incuriosito la vita del pendolare: paradossalmente ha molto tempo per pensare, osservare, magari fantasticare sulle vite di chi viaggia accanto. In fondo, è uno sguardo fotografico, solo che dura un’ora di viaggio invece di un centesimo di secondo.
E Margherita? Come è nata?
Margherita
è fatta di più persone, come succede quasi sempre ai personaggi.
Il
nome viene da tre donne della mia vita. La prima è una zia paterna che, insieme
al marito, alla fine del Novecento è stata protagonista della vita culturale
della città: avevano una libreria ed erano editori di testi universitari. Mi
sembrava giusto che una donna che vive di libri portasse il suo nome. La
seconda è un’amica che si chiama Margherita e che considero una parte di me. La
terza è una ragazza che, quando ero piccolo, mi aiutava a fare i compiti. Per
il cognome, Cuomo, cercavo qualcosa di profondamente napoletano, un nome che si
sente nei vicoli e nei citofoni del centro storico.
Il personaggio, invece, è Alessandra. Il suo modo di leggere, di osservare, la pazienza da pendolare, quella curiosità che non si spegne mai. Margherita è la mia dichiarazione di adorazione nei suoi confronti. Non d’amore, perché sono un uomo sposato: di adorazione, che è un’altra cosa. È il modo che ho trovato per dirle grazie per tutti quei caffè.
Il misterioso testo che arriva sulla scrivania di
Margherita non descrive solo le sue abitudini, ma solleva il velo su storie di
corruzione e edilizia speculativa. Pensa che il manoscritto sia stato concepito
da chi l’ha scritto come uno strumento di riscatto criminale o, al contrario,
come un disperato tentativo di denuncia civile affidato a una redattrice?
Il
manoscritto arriva sulla scrivania di Margherita con uno scopo preciso: essere
pubblicato. Non è finito lì per caso, e non è finito in mano a lei per caso.
Chi l’ha scritto la conosce: l’ha osservata nei suoi riti quotidiani, dalla
partenza del pullman al caffè con Diego, con un occhio fisso sulla sua vita.
Se sia uno strumento di riscatto o un atto di denuncia, è proprio la domanda che Margherita si porta dietro per tutto il romanzo, e preferisco che il lettore se la faccia insieme a lei. Posso dire però che nella Napoli del 1995, quella della ricostruzione dopo il terremoto, la linea tra chi denuncia e chi si salva la pelle era spesso molto sottile.
Ad aiutare Margherita nelle indagini arriva Diego
Foglia. Che tipo di personaggio è e come si integra con Margherita?
Diego
è un fotografo, ex giornalista d’inchiesta, uno che la città l’ha guardata da
vicino anche quando non era bella da vedere. Dentro c’è molto di me: l’aspetto
umano, il modo di stare al mondo, perfino il caffè del mattino. Il nome è un
omaggio a Maradona, e a Napoli non serve spiegare perché. Il cognome viene da
Pio Foglia, fotografo still life napoletano che mi ha sempre affascinato. Per
il lato professionale, invece, ho pensato a Luciano Ferrara, il fotoreporter
che negli anni Novanta documentava davvero quello che succedeva in questa
città.
Con Margherita si completano. Lei vive di parole: legge, valuta, corregge, capisce un testo dalle prime righe. Lui vive di immagini: osserva, aspetta, coglie il dettaglio che gli altri non vedono. Quando arriva quel manoscritto, lei sa leggerlo e lui sa riconoscere i luoghi e le facce che ci stanno dietro. Da soli non arriverebbero da nessuna parte. Insieme, sì. E tra loro c’è un legame che non ha bisogno di essere spiegato: è fatto di gesti quotidiani, come un caffè preso ogni mattina alla stessa ora.
Ha già in testa il prossimo viaggio? Margherita
farà sempre la pendolare o scenderà da quel pullman?
Margherita
e Diego non hanno finito di raccontarsi. Ho in mente sia un prequel sia un
sequel: uno torna indietro nel tempo, nella Napoli del dopo terremoto, per
scoprire chi erano prima di quel settembre del 1995. L’altro li porta avanti,
verso una nuova storia che ancora una volta parla di questa terra e delle sue
ferite. Ma è presto per dire di più.
Quanto
alla domanda, no, Margherita non scende dal pullman. Una pendolare non scende
mai davvero: ogni mattina c’è una nuova corsa, nuovi passeggeri, nuove storie
da immaginare.
Per
ora voglio dedicarmi a questo libro e ai suoi lettori. Margherita e Diego
possono aspettare un po’. Sono abituati: ogni mattina, al bar, c’è sempre
qualcuno che aspetta l’altro per il caffè.
®
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| Rosario Morisieri |


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